PROJECT ROOM
Screen Tests di Andy Warhol
Temporary exhibition
Gli Screen Tests di Andy Warhol sono ritratti di un centinaio di personaggi diversi, filmati tra il 1963 e il 1966. In questi cortometraggi, Warhol creò il suo personale gruppo di Superstar: attori abbastanza interessanti da reggere da soli un film, non interpretando un ruolo particolare, ma semplicemente essendo se stessi. I suoi soggetti includevano visitatori dello studio sia famosi – tra cui Allen Ginsberg, Dennis Hopper, Salvador Dalí, Susan Sontag, Bob Dylan, Marcel Duchamp e Lou Reed – che persone comuni. I soggetti venivano illuminati e filmati da Warhol con una cinepresa Bolex da 16 mm, su rullini di pellicola muti in bianco e nero da 30 metri. Ogni Screen Test durava esattamente tre minuti, il tempo necessario al rullino per scorrere nella cinepresa. La formula standard, secondo cui soggetto e cinepresa rimanevano pressoché immobili per tutta la durata del film, si traduce in un “ritratto vivente”. Quando Warhol proiettò i filmati, li rallentò leggermente, estendendone la durata a circa quattro minuti ciascuno e conferendo un effetto sognante e al rallentatore alle opere finite.
Sebbene il procedimento di Warhol fosse standardizzato, negli Screen Test si riscontrano sottili variazioni di illuminazione e messa a fuoco. Inoltre, diversi Screen Test si discostano
completamente da questo formato, con il soggetto che si muove, gesticola o usa oggetti di scena intenzionalmente. Questi ritratti cinematografici, definiti con il termine hollywoodiano di “screen test”, non furono creati allo scopo di testare o fare provini per gli attori.
Un tradizionale screen test hollywoodiano valuta l’idoneità di un attore per un film e per un personaggio specifico. Di solito all’attore vengono fornite una scena, un copione e le istruzioni per recitare davanti a una telecamera. Il regista guarda quindi il test per valutare l’aspetto e le qualità dell’attore sulla pellicola. Sebbene ogni film fosse girato alla velocità standard di 24 fotogrammi al secondo, Warhol specificò che le copie fossero proiettate a 16 fotogrammi al secondo, la velocità dei film muti. Il risultato è un’insolita fluidità di ritmo, un ritmo che contrasta delicatamente con la severità dell’illuminazione e l’audacia dei primi piani di volti e capelli. Trasferite da 16mm a DVD per l’esposizione in galleria, queste opere innovative reinventano la ritrattistica tradizionale attraverso mezzi apparentemente semplici.







