La collezione
Sonnabend Collection
Nasce un nuovo museo d’arte contemporanea attorno ad una delle collezioni private più rilevanti del secolo scorso, la Sonnabend Collection, che verrà esposta permanentemente nel centro della città all’interno del rinnovato Palazzo della Ragione. Sonnabend Collection, sviluppata grazie alla visione della collezionista e mercante d’arte Ileana Sonnabend (1914-2007), di suo marito Michael Sonnabend (1900-2001) e del loro figlio adottivo Antonio Homem, rappresenta una delle più significative testimonianze dei movimenti artistici fondamentali della seconda metà del Novecento.
Attraverso le loro gallerie di Parigi e New York, i Sonnabend sono stati protagonisti capaci di diffondere l’arte americana in Europa e gli artisti europei in America.
Il progetto nasce dal Comune di Mantova in partnership con la Sonnabend Collection Foundation e Marsilio Arte, che si occuperà, al fianco del Comune di Mantova, della gestione complessiva dello spazio con una proposta articolata, che va dall’organizzazione alla comunicazione, dal progetto editoriale al coordinamento del bookshop.
La prima sala si apre sulle origini della collezione Sonnabend, ponendo l’accento sul momento di transizione dall’Espressionismo Astratto al nuovo interesse per la rappresentazione della realtà emerso alla fine degli anni Cinquanta. Le opere di Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Cy Twombly e James Rosenquist rappresentano il versante americano di questa ricerca, testimoniando la nascita di un linguaggio che rinnova la pittura attraverso l’uso di immagini e oggetti quotidiani. Nella stessa direzione si muovono le opere di Jim Dine e John Chamberlain, che traducono la gestualità pittorica in termini materici e tridimensionali. Il dialogo con l’Europa è rappresentato dai lavori di Mario Schifano e Michelangelo Pistoletto, protagonisti di una nuova sensibilità realista italiana, e da Arman e Christo, legati al gruppo del Nouveau Réalisme.
La seconda sala è dedicata alla Pop Art, movimento che Ileana Sonnabend intuisce e promuove in Europa con straordinaria precocità. Le opere di James Rosenquist, Andy Warhol, Tom Wesselmann e Roy Lichtenstein segnano il superamento della gestualità pittorica a favore di immagini dai colori piatti e brillanti, derivate dalla pubblicità e dai mass media. In dialogo con loro, le sculture di Claes Oldenburg e George Segal traducono la realtà quotidiana in forme tridimensionali, tra ironia e immediatezza.
La terza sala esplora il Minimalismo degli anni Sessanta che, parallelamente alla Pop Art, si afferma come reazione all’intensità emotiva dell’Espressionismo Astratto, privilegiando forme essenziali, materiali specifici e chiarezza strutturale. Donald Judd e Robert Morris abbandonano la pittura per confrontarsi direttamente con lo spazio e la materia, mentre Larry Bell e John McCracken approfondiscono luce, trasparenza e colore come elementi strutturali della scultura. Il percorso include anche pratiche concettuali, con i wall drawings di Sol LeWitt, le installazioni rigorose di Mel Bochner e Barry Le Va e i Text Paintings di John Baldessari, opere che mettono in discussione la proprietà e la permanenza dell’oggetto artistico. Chiude il percorso Peter Halley, che negli anni Ottanta reinterpreta la geometria minimalista in chiave urbana e sociale.
La quarta sala presenta le ricerche degli anni Sessanta che sviluppano e superano il Minimalismo, concentrandosi sul rapporto con lo spazio e la dialettica tra forma e materiale. Robert Morris esplora il concetto di Anti-Form con i suoi Felt Pieces, opere in feltro dove gravità e processo determinano forma e dimensione. Bruce Nauman trasforma il suono in materiale plastico e utilizza il corpo nei primi film per dialogare con lo spazio, coinvolgendo lo spettatore in modo diretto. Richard Serra sperimenta materiali non convenzionali come gomma vulcanizzata e piombo, creando sculture che assumono forme spontanee in relazione al peso e allo spazio. Keith Sonnier integra luce e trasparenza in installazioni al neon, trasformando l’energia luminosa in esperienza sensoriale e psicologica.
La quinta sala celebra l’Arte Povera italiana, introdotta da Ileana Sonnabend alla fine degli anni Sessanta grazie al suo legame privilegiato con l’Italia e alla conoscenza diretta degli artisti torinesi e piemontesi, in particolare attraverso Michelangelo Pistoletto e la vivace scena artistica di Torino. La selezione di questa sala include Jannis Kounellis, Gilberto Zorio, Mario Merz, Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari e Giulio Paolini, protagonisti di un movimento che esplora materiali poveri, processi fisici e chimici, equilibrio tra elementi e interazione poetica con lo spazio. Le opere esposte nella sala mettono in evidenza la varietà dei percorsi individuali e, allo stesso tempo, la comune attenzione alla riduzione all’essenziale e al rapporto diretto con i materiali, con richiami alle ricerche di Anti-Form e a esperienze precedenti come quelle di Mario Schifano.
La sesta sala esplora le ricerche artistiche degli anni Settanta tra performance, fotografia e concettualismo. John Baldessari rielabora fotografie trovate in chiave narrativa e simbolica, mentre Gilbert & George trasformano il proprio corpo in “scultura vivente” tramite l’uso del mezzo fotografico. Vito Acconci porta la corporeità al centro dell’opera, fondendo azione fisica e implicazioni psicologiche. Christian Boltanski lavora sulla memoria personale e collettiva con installazioni fotografiche che parlano all’identità universale. Piero Manzoni concepisce il corpo come mezzo di condivisione, avvicinando idealmente la fisicità delle azioni di Acconci all’attenzione di Boltanski per l’identità collettiva. Bernd e Hilla Becher, con i loro studi in bianco e nero di architetture industriali, coniugano rigore e minimalismo, mostrando come la fotografia possa diventare linguaggio concettuale. La sala evidenzia così l’interesse di Ileana Sonnabend per una ricerca radicale e interdisciplinare in cui corpo, memoria, luce e immagine ridefiniscono il linguaggio artistico contemporaneo.
La settima sala mette in luce l’esplorazione dei linguaggi sperimentali degli anni Settanta tra pratiche performative, fotografiche e video. William Wegman trasforma il suo cane in soggetto di ironici scatti. Boyd Webb costruisce tableaux vivants che mescolano quotidiano e assurdo; Andrea Robbins e Max Becher documentano spostamenti culturali e geografici; Luigi Ontani, così come Anne e Patrick Poirier riflettono sul passato attraverso travestimenti e ricostruzioni storiche, mentre Hiroshi Sugimoto cattura il tempo in immagini sospese e atemporali. Richard Artschwager, unico non fotografo della sezione, trasforma oggetti quotidiani in spazi stranianti.
L’ottava sala racconta le ricerche artistiche degli anni Ottanta, caratterizzate dall’ambiguità della percezione e dal superamento dell’umano. Terry Winters e Carroll Dunham trasformano la pittura in processi organici, con segni e forme che evocano organismi biomorfici. Peter Fischli e David Weiss giocano con il quotidiano, tra fotografia, video e sculture, trasformando oggetti banali in presenze enigmatiche. Robert Feintuch mescola ironia e tensione psicologica attraverso la figurazione, mentre Rona Pondick esplora corpi in metamorfosi, unendo calchi realistici a forme ibride.
La nona sala esplora il dialogo tra fotografia e pittura, mostrando come il medium fotografico possa confrontarsi con la storia della pittura senza annullarla. Candida Höfer, formatasi nella Scuola di Düsseldorf, restituisce interni pubblici silenziosi e rigorosi, indagando la “psicologia dell’architettura sociale” attraverso l’assenza delle persone. Elger Esser e Lawrence Beck reinventano il paesaggio come spazio di memoria e contemplazione, evocando vedute storiche con precisione compositiva e luce delicata, mentre Clifford Ross, partito dalla pittura e dalla scultura, sperimenta tecniche digitali e supporti inusuali per catturare la grandiosità della natura. Matthias Schaller rende omaggio alla pittura attraverso fotografie di grandi formati dedicate alle tavolozze dei maestri, tra cui Paul Cézanne, rivelando un dialogo intrinseco tra i due linguaggi.
La decima sala esplora il Neo-Espressionismo tedesco con Anselm Kiefer, Jörg Immendorff e A.R. Penck. Le opere di Kiefer stratificano storia, mito e ideologia, affrontando il trauma della memoria collettiva tedesca; Penck presenta figure totemiche e simboliche che conquistarono subito il pubblico americano; Immendorff trasforma soggetti quotidiani in allegorie oniriche e politicamente cariche. La sala mostra come questi artisti condividano un approccio in cui pittura e storia s'incontrano, trasformando simboli e memoria in strumenti di riflessione e resistenza culturale, aprendo nuove prospettive per il dialogo tra arte, politica e memoria collettiva.
L’undicesima e ultima sala presenta Jeff Koons, Haim Steinbach e Ashley Bickerton, protagonisti della stagione Neo-Geo americana degli anni Ottanta. Koons trasforma oggetti quotidiani e icone popolari in sculture monumentali, celebrando il kitsch con una sorprendente autonomia creativa. Steinbach dispone oggetti comuni su mensole, restituendo un equilibrio formale che dialoga con la tipologia concettuale dei Becher e con la tradizione Pop, dove il quotidiano diventa materia poetica. Bickerton, invece, fonde rigore geometrico e colori di ispirazione Pop in opere che evocano il Minimalismo per poi sovvertirne i codici, trasformando superfici e strutture in riflessioni sull’identità e sulla percezione. Insieme, gli artisti reinterpretano l’eredità della Pop e del Concettuale in un linguaggio nuovo e lucidamente contemporaneo, capace di trasformare la cultura di massa in icona dell’arte del tempo.
Il progetto allestitivo è curato da unostudio.
Sponsor dell’iniziativa è BPER Banca.







